L’Umbria di qualità
Le possibilità di un futuro migliore e di uno sviluppo dell’Umbria, in una economia globalizzata, sono strettamente legate alla capacità di valorizzare potenzialità e vocazioni dei territori, con una visione in grado di cogliere le nuove sfide come opportunità.
L’Umbria ha un patrimonio straordinario di beni culturali, bellezze naturali, tradizioni e prodotti tipici, vocazioni creative, qualità dei territori. Molta dell’economia locale cresce proprio sulla valorizzazione di questo intreccio unico ed irripetibile di ambiente e cultura, agricoltura di qualità, città d’arte, turismo. Fare leva sulle risorse, sulle vocazioni, sul made in Umbria, su un “brand” che associato ad un’idea di bellezza, di gusto, di stile di vita, di qualità, inscindibilmente connessi con il valore ambientale dei nostri territori e delle nostre città deve essere l’obiettivo principale su cui sviluppare punti di eccellenza legati all’artigianato, alla creatività, alla potenzialità turistica, al patrimonio di identità e di civiltà millenaria da salvaguardare.
Lo sviluppo locale non è concepibile senza territori di buona qualità.
L’economia della conoscenza, quella del futuro, richiede risorse umane di grandi capacità che non si formano, non crescono e non si “fermano” in territori e ambienti degradati.
Per questo dobbiamo spingere sull’innovazione, sulle sinergie vantaggiose di buone politiche ambientali, puntare sulla costruzione di alleanze e convergenze di interessi, sulla partecipazione e il coinvolgimento dei diversi stakeholders.
L’economia della sostenibilità si sta facendo strada, coinvolge non poche imprese, ha un ruolo e un peso anche di mercato. Settori economici come quello agroalimentare e turistico, possono svilupparsi e sostenere una competizione internazionale sempre più accesa soltanto puntando sulla qualità integrata e multifunzionale, sulla qualità dei singoli territori e delle loro reti.
Molti casi felici, di altre regioni italiane, si potrebbero elencare riguardo a questo binomio vincente prodotto-territorio, per esempio il Chianti per il vino, il Parmigiano per l’Emilia, l’Agriturismo per la Toscana, ecc. L’Umbria di sicuro non è esclusa da questa fortunata associazione prodotto-territorio, si pensi alle Norcinerie, al Sagrantino, all’Olio di Oliva e ad altri prodotti agricoli ed agroindustriali, ma anche quelli industriali, per esempio i Baci Perugina, o artigianali quali le Ceramiche Artistiche di Deruta, Gubbio o Gualdo Tadino. I prodotti appena ricordati hanno un’immagine strettamente legata al territorio dove questi vengono prodotti. Questo fenomeno di “marketing territoriale” non è stato mai così attuale ed importante per la nostra Umbria e per tutta l’Italia come in questo periodo economico, infatti, il mercato globalizzato e sempre più incisivo da parte delle nuove potenze economiche mondiali, dove queste ultime trovano gioco facile nell’imporsi sul mercato italiano e mondiale dei prodotti umbri ed italiani se “prodotti senza radice”, ossia prodotti non legati ad una identità territoriale.
La tutela del paesaggio, sempre nell’ottica di uno sviluppo sostenibile (…dal paesaggio), è elemento fondamentale per attuare questo concetto del binomio prodotto-territorio: il territorio deve essere considerato prezioso in quanto un fattore della produzione per i nostri imprenditori umbri, fattore che rende il prodotto non ripetibile in altri contesti territoriali.
L’immagine dei prodotti umbri deve essere legata all’immagine del proprio territorio (e anche del paesaggio se si considera la moderna accezione con cui viene identificato dai cultori ed anche dalle nuove Leggi Nazionali -paesaggio è l’espressione di ciò che è apprezzabile alla vista ma anche espressione della cultura del territorio che lo ha generato-).
In questo senso è importante fare il punto sull’agricoltura di qualità.
In particolare, è opportuno raddoppiare entro breve la crescita dell’agricoltura biologica, dimezzare l’uso dei pesticidi e fertilizzanti chimici, legare i contributi pubblici all’adozione di requisiti ambientali chiari e misurabili e fare a meno degli OGM per i quali dovrebbe valere il principio di precauzione.
Si alla ricerca controllata, ma grande attenzione alla manipolazione genetica che modifica molecole anche di regni diversi.
Diversa è stata la manipolazione genetica che ha accelerato i tempi di sviluppo dei prodotti o ha creato nuove varietà.
Non è un problema di tecniche agricole, ma di scelte politiche e sociali che ripartiscano in maniera più equa le risorse mondiali cercando la risoluzione del problema della fame.
Solo una forte coscienza e richiesta dei consumatori potrà bloccare questa lobby fortissima che spinge a una sempre maggiore produzione, ma controllata da pochissimi attori globali e non a una produzione di qualità che rispetti la salute dell’ uomo.
L’ interesse del consumatore per i prodotti biologici (senza manipolazioni industriali ) sta crescendo anche grazie al ravvicinamento del consumatore al produttore stesso, recuperando quella socialità e quel rapporto di fiducia tra chi compra e chi produce.
Comunque l’ azienda agricola sia biologica che non, messa in rete, può dare al territorio un reale sviluppo, con la vendita diretta dei prodotti, con l’ offerta dell’ ospitalità, del benessere fisico, con la valorizzazione dell’ enogastronomia del territorio e della produzione di energie rinnovabili.
L’ immagine romantica dell’ agricoltore classico è oggi superata da una realtà imprenditoriale agricola che in condizioni sempre più complesse soddisfa esigenze ampie che vanno ben oltre la semplice produzione primaria degli alimenti. Un’ agricoltura quindi ricca di contenuti che la rendono sostenibile, sia dal punto di vista economico, ambientale, che sociale.
Innovazione, territorio, qualità.
Assistiamo sempre più a una città diffusa e a una campagna che si urbanizza.
Questo potrebbe diventare un problema per la perdita progressiva dell’identità, della storia, delle tradizioni, delle produzioni di qualità che si identificano con il territorio.
Per millenni l’uomo interviene nel territorio che abita e non sempre gli effetti sono stati positivi.
In particolare in questi ultimi decenni si è assistito a una urbanizzazione fitta e non sempre sensibile a preservare i valori del paesaggio. E’ vero che il paesaggio della tradizione si adegua nel tempo alle diverse situazioni socio-economiche, culturali, climatico-ambientali.
Ma i fruitori del paesaggio, sia che lo vivano attivamente abitandolo, sia che lo ricerchino turisticamente per l’elevata qualità della vita che trasmette, pretendono una coerenza da parte delle istituzioni nella pianificazione urbanistico-paesaggistica.
Bene ha fatto in questo la Regione a dare priorità di intervento , nel Piano di Sviluppo 2007-2013, al recupero della biodiversità e del paesaggio. Gli incentivi dovranno essere di natura economica, ma anche urbanistica perché le imprese agricole conservino e/o recuperino pratiche favorevoli all’ambiente e al paesaggio. Recupero delle alberate, delle siepi lungo le strade di campagna, recupero delle strade interpoderali e delle vegetazioni autoctone per ridare attenzione al paesaggio tradizionale e alle costruzioni storiche. Ritrovare quel paesaggio della tradizione che attira quel turismo di qualità che vuol coniugare bellezza, cultura, serenità, ospitalità e prodotti genuini.
Energie rinnovabili e territorio.
Le aziende agricole, gli imprenditori agricoli vivono un importante momento di passaggio e di trasformazione a imprese sempre più multifunzionali che consentiranno di avvicinare produttori e consumatori offrendo prodotti, ospitalità, energie rinnovabili.
L’Umbria produce energia elettrica da fonte rinnovabile prevalentemente dal settore Idroelettrico come del resto in tutto il nostro paese.
E’ risaputo tuttavia, che uno dei problemi del prossimo futuro sarà la diminuzione delle piogge e, conseguentemente, dei flussi d’acqua. E’ prevedibile quindi che l’energia da fonte idroelettrica andrà sempre più a diminuire e avrà carattere stagionale (corrispondente alla stagione delle piogge).
Invece l’energia fotovoltaica e eolica diffusa può essere prodotta e consumata in loco, permettendo all’agricoltura di essere per larga parte autosufficiente, svincolandosi dalla dipendenza dell’energia fossile concentrata. Questo tipo di infrastruttura energetica può essere modulabile, dimensionata secondo le esigenze del momento e facilmente smontabile per ripristinare l’ambiente preesistente.
Le suggestive indicazioni dell’economista americano Jeremy Rifkin sono pertanto tecnologicamente già realizzabili e rappresentano già quindi una opportunità concreta.
E’ solo questione di scelte e non ci sembra che l’attuale governo italiano e gli industriali del nostro paese nella vicenda della direttiva europea 20-20-20, con la polemica con Sarkozy che ne è derivata abbia dimostrato di saperci credere e di saper investire su sé stessa.
Per lo sviluppo controllato di una energia diffusa e rinnovabile si richiede una buona programmazione, scelte autorizzative rapide e una amministrazione efficiente e preparata.
Si potrebbero indicare a titolo di esempio due semplici provvedimenti che sarebbero al contempo utili e simbolici di questo nuovo atteggiamento:
- Innanzi tutto risolvere il problema delle tempistiche per la concessione dei permessi. Avere le tempistiche certe è fondamentale per chi volesse investire. Due sono gli interventi che potrebbero essere presi: il primo è concedere i permessi alla costruzione di impianti di potenza fino al MWe solamente con una DIA e non più del complicato procedimento unico Provinciale. Questa cosa potrebbe essere applicata attraverso la puntualizzazione di alcuni vincoli fondamentali per evitare la nascita di piccoli impianti invece di uno di più grosse dimensioni (come ad esempio la non possibilità di realizzare più di un impianto sotto il MW per impianti facente capo allo stesso soggetto o a soggetti tra loro controllati nella stessa cabina elettrica e chiaramente l’assenza di vincoli di alcun tipo).
- Il secondo è quello di abbreviare da 180 a 120 i giorni per la concessione dei permessi, per impianti di potenza superiore al MWe laddove non vi siano vincoli ambientali particolari, o quantomeno rendere certa la tempistica dei 180 gg attraverso il silenzio assenso.
Un sistema elettrico diffuso potrà favorire anche un sistema di trasporto elettrico, vista la peculiarità della regione Umbria con tanti borghi diffusi e vicini distribuiti lungo le strade del vino, dell’olio, dell’acqua e dei molini.
La P.A. potrebbe iniziare per prima a utilizzare veicoli ad alimentazione elettrica, così come potrebbero essere pensati anche piccoli Bus sempre elettrici. Il tutto coadiuvato dalla realizzazione di una serie di punti distribuiti di zone per la sostituzione eventuale delle batterie scariche con quelle cariche. (Il progetto può essere applicato anche alle realtà urbane, ad esempio come vettore di collegamento delle porte di accesso alla mobilità alternativa).
Tutti gli edifici pubblici dovranno poi essere dotati di pannelli fotovoltaici e di tecnologie per il risparmio energetico, oltre che della certificazione energetica (in applicazione alla legge 412/93 e normativa regionale collegata).
Per dare attuazione a queste praticabili proposte è tuttavia ancora necessario incidere in profondità sulla cultura progettuale del pubblico e del privato.
Forum Innovazione PD Umbria